Islanda in 14 giorni

Durante questo viaggio abbiamo macinato molti chilometri, cambiato scenari e paesaggi, abbiamo avuto modo di remderci conto da vicino di quale forza abbia la natura.
Preparatevi ad immergervi nell'isola delle saghe, dei misteri, del ghiaccio e del fuoco, in posti dove non saremmo stati sorpresi di veder spuntare dei draghi.
Siamo partiti da Milano, entusiasti, e certi di poche cose (tutte sbagliate) sul pese che avremmo visitato, per atterrare verso le 22 all'aeroporto di Keflavik, dove il sole era ancora alto. Sapevamo che tra l'aeroporto e la nostra prima tappa, cioè il deposito del micro camper che avevamo affittato, ci sarebbe toccata un'oretta di cammino, ma armati di inguaribile ottimismo e zaini carichi di pasta e barattoli di pesto, ci siamo avviati. Per fortuna dopo pochissimi minuti siamo stati affiancati da un'auto di un signore molto gentile, che ci ha subito proposto un passaggio per la città.
Volevamo vedere il più possibile in due settimane, e percorrere la famosa Ring Road, come sempre senza un piano troppo preciso, concedendoci di fare tutte le deviazioni desiderate. Era quindi il momento di realizzare il sogno di un vero "viaggio on the road" e il modo migliore per noi, viaggiando in coppia, è stato quello di scegliere un piccolo van (sì piccolo, davvero piccolo, ma funzionale) che per tutto il viaggio abbiamo soprannominato Easy.
Easy ha rappresentato la nostra casetta ambulante per un po' ed è stata davvero una bella esperienza, in ogni aspetto, dal cucinare con delle viste mozzafiato al cercare campeggi più o meno attrezzati lungo i fiordi.

Visto l'orario di arrivo era previsto da parte dell'autonoleggio che noi restassimo a dormire nel loro parcheggio, ma ci hanno comunque messo a disposizione uno spazio al chiuso, dove poter usufruire del bagno e di molti altri servizi, tra cui un frigo da cui poter prendere il necessario per la cena, la macchinetta del caffè e un ipad con tutte le istruzioni su come utilizzare il nostro Easy.
Allestire il nostro piccolo alloggio per la notte è stato davvero divertente, ma ci è servito in effetti un po' di tempo per capire come gestire al meglio gli spazi. Dal momento che il sole non accennava a tramontare, abbiamo tirato le tende e cercato di "ricreare" più buio possibile per poter dormire e recuperare un po' di energie in vista del primo vero giorno 'on the road'.

Pronti via! Prima colazione calda, un po' di strati per proteggersi dal freddo, che si è rivelato leggermente più pungente del previsto, e via sulle strade nere dell'Islanda.
Ho voluto cimentarmi per prima alla guida perché temevo di avere paura a guidare il furgone, ma in realtà la guida in questo paese è davvero rilassante e piacevole. Diciamo che il traffico non ha mai rappresentato un problema.
Per cominciare il nostro Gran Tour abbiamo deciso di dirigerci verso l'anello noto come il 'Circolo d'oro', un percorso comodo da visitare in giornata e probabilmente il più turistico di tutta l'isola, costituito da tre tappe: Pingvellir, la piana di Geysir e Gulfoss.




L'ultima tappa del 'circolo d'oro' è la spettacolare e maestosa cascata d'oro Gullfoss, che con il suo doppio salto precipita in un accidentato canyon. È importante coprirsi bene, perché gli spruzzi della cascata, che creano scintillanti arcobaleni, inzuppano i turisti alla ricerca del punto di vista più panoramico.


Tornati a Reykjavik abbiamo scoperto, contrariamente a quanto indicato sul loro sito, che il campeggio della capitale non accettava la Camping card, motivo per cui ci siamo decisi ad avviarci direttamente lungo la Road 1, in direzione della nostra tappa successiva.

La nostra prima tappa del secondo giorno sarebbe dovuta essere la minuscola cittadina di Borgarnes, che si trova in una zona pittoresca su un promontorio del Borgarfjordur, ma poco prima di arrivare, essendo leggermente in anticipo sulla tabella di marcia, abbiamo deciso di percheggiare alla base di una splendida montagna per fare colazione e per intraprendere un piccolo trekking lungo uno dei tre sentieri indicati. Può capitare spesso in Islanda di vedere delle scalette di legno appoggiate al filo metallico che separa la strada dalla natura circostante, non si tratta di invasione di proprietà privata, le scale sono a disposizione di tutti per permettere di scavalcare le recinzioni che hanno come scopo quello di allontanare gli animali dalle strade trafficate.

In paese siamo andati a visitare il 'Centro studi sulla colonizzazione', che espone due mostre permanenti, la prima sulla scoperta e la colonizzazione dell'isola e la seconda sulla saga di Egill, un 'eroe' la cui storia si fonde con miti e credenze popolari. Non si tratta del classico museo, ed in effetti in quasi tutti i musei da noi visitati in Islanda ci sono state piacevoli sorprese.


La cittadina si gira velocemente e vicino al porto si possono trovare molte agenzie che offrono tour in barca per poter vedere sia le balene che le innumerevoli specie di uccelli. Noi non ne abbiamo approfittato, perché una delle poche cose sulle quali ci eravamo informati prima di partire era che il punto più favorevole all'avvistamento di balene sarebbe stato a Nord, nei dintorni di Husavik.


Per via del tempo a disposizione e del mezzo, non proprio da battaglia, su cui viaggiavamo, abbiamo scelto fin dall'inizio di saltare l'area della penisola dei fiordi occidentali, spesso percorribile solo tramite strade sterrate e piuttosto pericolose.
Ci siamo invece diretti verso Skagarfjordur e la cittadina di Hofsos.
Lungo la strada è possibile vedere tantissimi cavalli allevati, ma lasciati liberi di correre e pascolare.

Abbiamo dopo poco ripreso la road 1 in direzione della capitale del Nord, la seconda città più grande di Islanda, Akureyri.
Per quanto sia comunque poco più di un paesino, Akureyri è molto più viva rispetto alle città visitate fino a quel momento, e dopo aver visitato il centro e la cattedrale, abbiamo approfittato dell'happy hour che viene proposto dai vari locali presenti. I prezzi delle birre sono piuttosto elevati, ma l'atmosfera dei pub islandesi, con la luce che entra dalle finestre anche a tarda sera e personaggi che sembrano usciti da una saga vichinga, sono davvero qualcosa di unico.
La mattina del quarto giorno partiamo presto dal campeggio, pronti per raggiungere la regione del Myvatn, una piana dalla bellezza aspra e lunare, dove si trova l'omonimo lago balneabile e da numerose pozze ribollenti.

Qualsiasi sia la temperatura all'esterno, immergersi nelle acque azzurre, solfuree e calde per qualche ora, e nuotare guardando fumare i geyser nella pianura circostante, varrebbe già da solo il viaggio.
Ci siamo proprio goduti una mattina di relax, e dopo esserci preparati un altro pranzetto in Van ci siamo messi in strada in direzione dell'impronunciabile parco nazionale di Jokulsargljufur (per fortuna Easy era dotato di un navigatore) che si estende per chilometri, dalle imponenti cascate di Dettifoss e Selfoss al canyon a ferro di cavallo dell'Asbyrgi.

Una cosa che difficilmente si potrebbe immaginare è la grande quantità di moscerini che si levano dal percorso (gli occhiali da sole si sono davvero rivelati d'aiuto). Per quanto fastidiosi, tuttavia, ci siamo rifiutati di vedere alle "zanzariere da testa" indossate da molti turisti americani.



Il campeggio convenzionato di Husavik è uno dei più belli e mette a disposizione (a pagamento) anche il servizio lavanderia.
Stava per cominciare uno dei giorni più emozionanti della mia vita, non solo avremmo superato il circolo polare artico, ma fremevamo all'idea si poter vedere animali unici.
Quasi tutte le agenzie rimborsano il biglietto in caso non si riescano a vedere i cetacei, o permettono di ripetere il giro il giorno dopo.
Abbiamo parcheggiato il van davanti al porto e ci siamo iniziati a preparare per affrontare il freddo della barca (tanti, tantissimi strati), anche se le compagnie fanno indossare delle tutone impermeabili da pescatori.

I puffin erano migliaia, ad occupare un isolotto al largo del fiordo, e hanno iniziato a volarci vicino, mentre la nostra guida ci raccontava di cone funziona la loro società.


Sulla via del ritorno abbiamo anche fatto il sorprendente incontro con un branco di delfini artici, circa una dozzina, uno dei quali per la curiosità si è velocemente avvicinato alla barchetta.
Dopo questa elettrizzante mattina ci siamo rimessi in moto verso la costa est fino a Seydisfjordur. Per raggiungere questo fiordo è necessario uscire dalla road 1, salire di quota e superare una zona perennemente coperta di neve, anche in estate. Per un tratto si costeggia un lago ghiacciato ed occorre stare molto attenti alle condizioni metereologiche.
Il villaggio è piccolissimo, ma davvero un gioiello incastonato in un fiordo stretto e dai colori brillanti. Ci sono diversi edifici prefabbricati in legno risalenti al XIX secolo e importati dalla Norvegia. È possibile visitare in pochi minuti la coloratissima rainbow street, che conduce alla Blaa Kirkjan, una caratteristica chiesetta ed il monumento alle vittime di una terribile valanga avvenuta nel '96.
Questa zona è ideale per assaggiare i prodotti tipici, quindi ci siamo concessi la prima vera cena ad un ristorante (la scelta era comunque limitata a due sole opzioni) e non ci siamo risparmiati! Dal salmone, al merluzzo, all'agnello, ogni portata del Nordic restaurant è stata ottima.

Il sesto giorno siamo scesi lungo la costa est per arrivare alla città principale del sud est, ovvero Hofn. Avremmo avuto da percorrere circa tre ore e mezza di strada, ma siamo andati con calma, fermandoci di tanto in tanto nei pressi di cascatelle o campi di lava e per fare provviste in uno dei rari Bonus presenti in zona.
Giunti nei pressi della "città degli scampi" inizia a vedersi l'imponente Vatnajokull e il suo ghiacciaio, il più grande del mondo, la cui estensione è pari a quella della Corsica anche se si sta rapidamente riducendo.
Una volta visitato il promontorio vicino al porto e trovato un posto dove campeggiare siamo andati a fare un "aperitivo" islandese a base di scampi fritti e birra e a tavolino abbiamo pianificato la giornata successiva, con due tour, una camminata sul ghiacciaio e il kayak in mezzo agli iceberg.
Ci aspettava una giornata davvero piena, la mattina all'alba siamo partiti da Hofn diretti verso il campo base della Troll expedition, che da Hofgardur ci avrebbe intruiti e preparti per scalare il ghiacciaio. Dopo averci consegnati caschi, piccone e ramponi siamo partiti con un mezzo fuoristrada per raggiungere una delle lingue del Vatnajokull. Il nostro gruppo era davvero piccolo, solo quattro persone, accompagnate da una guida esperta e richiedeva un minimo di preparazione fisica. Per fortuna la giornata era splendida e soleggiata, cosa che sul bianco del ghiacciaio ha reso nuovamente fondamentali gli occhiali da sole.

Il paesaggio si modifica continuamente a causa dello scivolamento del ghiacciaio, per cui ogni viaggiatore ha nella memoria una fotografia differente di questo gigante bianco.
L'intero trekking dura circa tre ore, trasferimenti esclusi, dopodiché si torna al campo base, dove viene offerta una merenda a base di cioccolata calda e merendine.
Una volta rifocillati ci siamo diretti a Jokulsarlon, o meglio nota come la glacier lagoon. La vista degli iceberg che si staccano dal ghiacciaio e si gettano in mare aperto, in una giornata luminosa come quella che ci è capitata, lasciava davvero senza parole.




L'ottavo giorno non è iniziato con il miglio clima possibile, ha iniziato ad alzarsi il vento, ma dai comunicati che ci arrivavano dall'agenzia di noleggio Van, avevamo comunque superato l'area più a rischio.
La sera prima ci eravamo avvicinati alla città di Vik, che abbiamo poi visitato in mattinata, famosa soprattutto per essere sovrastata da un imponente crinale che conduce alla spiaggia basaltica di Reynsfjara a largo della quale spiccano i faraglioni Reynisdrangur.

A poca distanza si trova Skogar, piccolo agglomerato alla base della calotta glaciale dell'Eyjafjallajokull, costituisce il punto di partenza di un trekking mozzafiato che raggiunge porsmork. Noi siamo partiti dalla vertiginosa cascata Skogafoss, a fianco della quale sale la prima ripidissima scalinata che conduce ad un impervio sentiero.
Ogni tanto potrebbe venire il dubbio di essere finiti fuori strada, ma non è così, il percorso è accidentato e di certo non da principianti se il vento è particolarmente intenso, ma vale decisamente la pena salire. Siamo stati anche accolti da una famiglia di pulcinella di mare, un po' turbati dalla nostra presenza.

Purtroppo per noi il decimo giorno vento e pioggia ci hanno impedito di prendere il traghetto per esplorare le giovanissime isole vulcaniche a largo di Skogar, tuttavia anche godersi il calore di un pub Islandese davanti ad una birra e a qualche stuzzichino a base di Skyr o pesce non è stato male.
In tarda mattinata ci siamo diretti ad Hella, una comunità agricola famosa per l'allevamento di cavalli ed il centro abitato più vicino al temutissimo ed attivissimo vulcano Hekla. Ad Hella è possibile visitare il "Lava Centre" un meraviglioso museo interattivo che mostra come funzionino i fenomeni sismici e vulcanici islandesi, è perfino presente un simulatore di terremoti. Di tutti i bellissimi musei che abbiamo potuto visitare questo sicuramente rientra al primo posto.

La mattina dopo, ricaricati, passando da Seljalandsfoss, abbiamo raggiunto il centro geotermico di Hveragerdir. Questo paesino vive in una costante "primavera" grazie alla grande attività vulcanica sotto la superficie, ragion per cui è costellato di serre che producono quasi tutta la frutta e la verdura locali. La zona è famosa in tutto il paese per la scuola di orticoltura e la clinica di naturopatia.
Il parco sorge al centro della città ed è costituito da pozze di fango e piscine naturali in cui è possibile immergere i piedi. All'ingresso è possibile richiedere anche un uovo da cuocere nell'acqua termale, noi lo abbiamo preparato e consumato insieme al pane nero locale. Un gentilissimo islandese, fiero delle sue erbe e dei suoi pomodori ci ha anche fatto assaggiare i suoi prodotti.
Dopo questa ricca colazione siamo partiti a piedi verso la vicina valle Reykjadakur, dove si snoda un trekking di tre kilometri attraverso pozze di zolfo ribollente (è assolutamente vietato uscire dal sentiero) che arriva ad un fiume caldo balneabile. Il percorso è molto bello ma, a causa di un vento glaciale, noi all'arrivo non abbiamo avuto il coraggio di spogliarci e buttarci nel fiume.

Il 12esimo giorno abbiamo guidato fino alla penisola nota come Reykjanesbaer dove sorgono vicinissime le città di Keflavik e Njarovik. Il nostro piano era andare a caccia di lava fresca, anche se l'eruzione più recente documentata era di un paio di mesi prima.


In città avevamo affittato un appartamentino in periferia, a circa 30 minuti a piedi dal centro, anche perché la città è davvero molto cara.
Dopo due settimane in giro per l'Islanda non nascondo che ritrovarsi in una vera città, con locali, ristoranti (al plurale) e persone ha fatto un po' impressione.

Abbiamo visitato la cattedrale ed il museo del pene (in effetti una buffa perdita di tempo, non lo consiglio).

Il giorno successivo abbiamo visitato Tjornin, il placido lago al centro della città, popolato da oltre 40 specie di uccelli migratori.

Tra i vari pub ed i locali underground esiste anche un piccolo negozietto dove è Natale tutto l'anno e perfino a Giugno si festeggiava con musiche e decorazioni.
Infine siamo andati a cena al ristorante Messin, noto per avere la cucina di mare migliore di Reykjavik a prezzi non così esagerati.
In città è possibile fare le ore piccole, bevendo qualcosa nei bar e ascoltando musica e ammetto che è davvero strano poter tornare a tarda notte con la strada ancora luminosa.

Rientro in Italia, per poter finalmente rivedere il sole tramontare.
Alla fine descrivere le sensazioni che questo viaggio ci ha regalato è davvero difficile, si tratta di una meta dalla bellezza sconvolgente, che ha la capacità di farci sentire davvero piccoli, è un viaggio di silenzi interrotti dalla musica di una cascata o dal ribollire dei geyser. Si è trattato di una vera avventura, che richiede di essere forse un po' più spartani, ma che ripaga pienamente.
