Indonesia in 16 giorni

Per tutti i viaggiatori che sentono l'esigenza di itinerari estremamente variegati, dove si possa passare dai templi alle grandi città, dalla natura affascinante e maestosa alle spiagge cristalline da cartolina. Per visitare a fondo l'Indonesia non basterebbe una vita intera, eppure, sebbene si torni a casa con la consapevolezza che c'era ancora molto da scoprire, resta una delle mete più affascinanti da noi visitata.
Senza dubbio organizzare un tour dell'Indonesia prevede di fare delle scelte, e le nostre sono state di non organizzarci affatto. Avevamo un'idea generale di cosa poter vedere in due settimane abbondanti, mediando tra viaggio da veri Backpackers e un po' di meritato riposo.
Si è trattato di un altro viaggio con gli amici di sempre, quelli che ti porti dietro dal liceo, per cui a volte ringrazi e altre volte ti chiedi quale misfatto puoi aver compiuto in una delle tue vite passate. Comunque un team piuttosto rodato di quattro persone.
Il nostro itinerario ha coinvolto per gran parte l'isola di Java, quella di Bali ed infine di Nusa Lembongan.
Jacarta giorni 1-2
Dopo 16 entusiasmanti ore di volo l'arrivo a Jacarta non è proprio l'accoglienza che ci aspettavamo. Il primo consiglio che ci sentiamo di dare è quello di non farsi troppe illusioni su questa metropoli che in effetti non ha molto da offrire. Dopo un primo impatto con le vie trafficate ed il torreggiare di grattacieli in costruzione ci siamo liberati degli zaini per andare ad esplorare la città e cercare qualcosa da mangiare. Nei vicoli di Jacarta sicuramente non manca l'offerta di street food, primeggia su tutti il Nasi Goren, ovvero riso fritto, in tutte le declinazioni possibili e tanto, ma tanto peperoncino.
Il caldo cittadino spesso può essere opprimente ('ma non è tanto il caldo, è l'umidità che ti frega' cit. italiano medio), per cui è consigliabile viaggiare leggeri e idratarsi molto.
Al centro della città. a piazza Mardeka, sorge il Monumento Nazionale, ovvero un gigantesco obelisco bianco di 137 metri, con in cima una fiamma rivestita d'oro, dalla quale si può avere una visione panoramica della città.

Una delle poche altre cose che vale la pena di vedere è il quartiere olandese di Batavia, raggiungibile facilmente in taxi, sebbene sia molto più piccolo di quanto si possa pensare e si gira interamente in un'oretta. Si caratterizza per una architettura molto più europea, con ampie piazze su cui affacciano i vecchi palazzi istituzionali. Oggi risulta un po' artefatto, imbellettato per i turisti che vanno in cerca di souvenir o di foto con locali travestite da dame dell'800.
Appare invece piuttosto deludente, oltre che difficile da trovare, il porto antico 'Sunda Kelapa Harbour' dove si possono vedere attraccate molte vecchie (non antiche, solo vecchie) imbarcazioni in legno.

Il nostro consiglio spassionato quindi è questo: l'Indonesia ha tantissimo da offrire ed il tempo non vi basterà mai, quindi se dovete fare delle rinunce, rinunciate a visitare Jacarta.
Yogyakarta giorni 3-4-5
Per ottimizzare i tempi abbiamo deciso di spostarci verso Yogyakarta con un treno notturno, la prima sorpresa positiva dei servizi indonesiani. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, i treni sono piuttosto moderni, e i sedili reclinabili, sebbene non confortevoli come una cuccetta, permettono di recuperare un po' di sonno. Moltissimi treni sono anche dotati della rete wifi libera.
Il cambio tra l'euro e la moneta indonesiana va certamente a favore dell'euro, per cui quasi tutto ha prezzi davvero abbordabili. Questo purtroppo non vale per i treni, che per i turisti hanno prezzi piuttosto sovrapponibili a quelli italiani, ma valgono (quasi sempre) il loro prezzo.
L'ampia distanza tra le due città viene coperta in poco meno di sei ore, per cui siamo arrivati a Yogyakarta all'alba. Nonostante fosse ancora buio e ci trovassimo nei pressi della stazione, la città ci ha dato subito l'impressione di essere un po' più accogliente e sicura della capitale. Non si trovava ancora nulla di aperto, per cui ci siamo diretti a piedi alla ricerca di un posto dove poter fare colazione, ovvero il ristorante di un'Hotel già aperto alle 5.00 del mattino. Conversando con il personale dell'albergo siamo venuti a scoprire dell'esistenza di un'applicazione parallela a Uber, chiamata Grab a car, che permetteva di pagare in contanti driver privati e spesso di trattare sul prezzo, rendendoli molto competitivi.
Poche ore dopo il nostro arrivo, ancora prima di cercare un alloggio eravamo in auto in direzione del 'Borobudur', una monumentale costruzione buddista a circa 40 minuti dalla città.

La gigantesca struttura a base quadrata si trova all'interno di un curatissimo parco, dentro al quale potrete trovare direttamente guide che vi spieghino in inglese tutto ciò che c'è da sapere, non solo sul monumento in sé, ma anche sui simboli del buddismo rappresentati dalle statue e dai bassorilievi e sulla variegata vegetazione del parco. L'inglese non è perfetto e molte guide hanno un accento decisamente forte, ma alla fine si riesce a capire ciò che serve per apprezzare a pieno questi siti.
Per nostra fortuna abbiamo visitato l'Indonesia subito dopo la pandemia, per cui alla riapertura vi erano pochissimi turisti.
Il monumento è davvero imponente, ricco di simbolismo, e richiede continue manutenzioni a causa dell'attività vulcanica che caratterizza questo paese. Già solo la vista dei vulcani dalla cima della collina vale la trasferta.

Rientrati in città è iniziata la nostra ricerca di un alloggio e di qualcosa da mangiare. Di tutti i posti che potessimo scegliere per mangiare abbiamo optato forse per il meno turistico in assoluto, ovvero un tipico locale con pile di cibo impilate in vetrina, esposte al sole ed in balia delle mosche, ma almeno pieno di gente. A poco meno di tre euro a persona è possibile riempirsi il piatto di tutto ciò che il tuo istinto vede in esposizione e riconosce come edibile. Una volta superato l'impatto visivo, tuttavia, la cucina indonesiana risulta sempre saporita e speziata, apprezzata da (quasi) tutti i componenti della nostra brigata.
Il giorno successivo, sempre grazie ad un trasferimento con Grab, siamo andati a visitare il complesso di templi di Prambanan, il secondo più grande del mondo dopo 'Angkor Wat', in Cambogia. L'area racchiudeva fino a 240 templi, solo in parte restaurati, dopo i numerosi crolli avvenuti a causa dell'attività sismica e al completo abbandono del sito nei primi del '900. La presenza di templi di entrambe le religioni voleva simboleggiare un tentativo della dinastia di segnare una tregua tra la popolazione, anche tramite un matrimonio politico. Inutile dire che l'esito non è stato dei migliori.

Anche in questo caso all'interno del complesso vi sono guide preparate, che vi illustreranno tutto a poco prezzo, anche se si limitano a guidarvi nell'area induista. Vale la pena proseguire, anche da soli, ad esplorare tutto il parco e la zona buddista dei templi.

La vita notturna della città, nonostante sia molto grande, è quasi inesistente. Le giornate indonesiane iniziano molto presto, all'alba e si concludono altrettanto presto, tanto che a volte risulta difficile trovare posti dove cenare dopo le 19.00.
Il nostro ultimo giorno a Yogyakarta abbiamo preferito rimanere in città, per visitare il 'Taman Sari' uno dei castelli del sultano, anche noto come Water Castle. Per i piccoli spostamenti in città conviene utilizzare come trasporti delle biciclette o delle moto con autista, che riescono a portare al massimo due passeggeri su un piccolo cassone che si trova anteriormente al mezzo. Giunti al castello abbiamo trovato a farci da guida un uomo con l'inglese più stentato che avremmo sperimentato nel corso del viaggio, per cui non siamo certi fino in fondo della nostra interpretazione dei dati storici.

La visita non prevede solo il castello e le sue piscine, ma anche parte degli alloggi che circondavano la struttura ed un giardino. Gli edifici circostanti non sono restaurati come il Taman Sari, ma hanno comunque un loro fascino. La visita terminerà, come spesso accade, nell'area di vendita dei souvenir, ma in questo caso si può osservare gli artigiani all'opera, che realizzano elaborati Batik di tutte le dimensioni.
Fin da prima di partire eravamo dell'idea di affrontare un trekking impegnativo nella zona del Bromo, in particolare speravamo di poter trovare una guida disposta a portarci sul Semeru, il più alto dei tre vulcani presenti nella piana del Bromo. Ottenere informazioni dall'Italia si era rivelato più complicato del previsto, forse complice anche la pandemia, per cui decidemmo di richiedere informazioni direttamente da Malang, la grande città più vicina al parco naturale del Bromo.
Malang-Chemoro Lawang-Bromo giorni 6-7
Convinti della comodità dei treni notturni abbiamo prenotato il viaggio da Yogyakarta a Malang, in modo da riuscire a dormire circa sei ore. Purtroppo per noi, però, abbiamo pensato di concederci dei biglietti di prima classe (che costavano solo tre euro in più) e la prima classe non è altro che la prima carrozza del treno, quella più vicina alla sirena. Dal momento che non esistono veri e propri passaggi a livello, la sirena avvisa del passaggio del treno ogni volta che attraversa un centro abitato, e lungo questa tratta ce ne sono moltissimi.
Un po' stanchi per la forzata deprivazione di sonno, siamo arrivati a Malang, città attraversata solo di passaggio alla ricerca del centro informazioni. Durante la camminata siamo passati attraverso diversi mercati, compreso quello degli animali, nel quale vendevano anche Zibetti, serpenti e volatili.
Quanto segue è un'esperienza che ha del surreale, infatti arrivati al centro informazioni, un grosso palazzone bianco con la sicurezza all'ingresso, le cose non sono andate proprio come previsto. La guardia all'ingresso ci ha fermati, per sapere di quali informazioni avessimo bisogno, e impedendoci di entrare. Sosteneva che avrebbe risposto lui, insieme alle altre guardie alle nostre domande, mentre attraverso le porte di ingresso vedevamo le Hostess del banco informazioni fissarci. La guardia ci disse che non ne era certo, ma che non era possibile scalare il Semeru, per via dell'eruzione avvenuta a Dicembre. Volendo comunque fare il trekking del monte Bromo, gli chiedemmo se ci fossero autobus o mezi che potessero portarci lì, ma le risposte si fecero ancora più fumose.
Decidemmo, non all'unanimità, di prendere un'auto con autista fino al parco. Il nostro autista non parlava per nulla inglese, ma tramite la traduzione telefonica della moglie, ci garantì di poterci portare alla piana e ci accordammo per il prezzo. La tratta dura circa 2 ore, non tanto per la distanza, quanto per la difficoltà del percorso montano, che si fa sempre più ripido. Ad un certo punto, divenne chiaro che l'auto del nostro autista non fosse in grado di proseguire, e lui decise di lasciarci scendere in un paesino a circa 20 minuti di viaggio in auto dall'arrivo. Iniziò un'accesa discussione perchè pretendeva l'intero costo pattuito all'inizio, come se ci avesse portato all'arrivo, e questo attirò anche molti abitanti del paesino, tutti dotati di Jeep, che pensavano di approfittare della situazione, offrendosi di portarci all'arrivo a prezzi elevatissimi.

Dopo un'iniziale momento di sconforto abbiamo iniziato a girare per il paese, alla ricerca del miglior offerente, anche perchè i soldi in contanti che ci erano rimasti non erano molti, ed in tutto il villaggio non esisteva un ATM da dove poter prelevare. Alla fine un ragazzo con una Jeep davvero scassata, ci ha portati a Chemorolawang, la nostra meta.
Arrivati alla base da cui poter partire per il Trekking, previsto la mattina dopo, non avevamo più soldi a disposizione, nè per mangiare nè per dormire, ma superato il primo momento di smarrimento, abbiamo trovato un albergo disponibile a farci pagare con le carte sia la stanza da quattro che la jeep per arrivare al Bromo.

Per il percorso si parte alle 3 del mattino, per poter arrivare in cima in tempo per veder sorgere il sole. Difficile che la vostra sia l'unica Jeep a salire, infatti, nonostante il turismo dopo la pandemia si fosse notevolmente ridotto, la zona richiamava ancora molta gente. Il percorso da fare a piedi non è molto lungo e la pendenza non tanto impegnativa, ma richiede un abbigliamento idoneo vista la quota e di avere una torcia di quelle da testa, in modo da illuminare il percorso.
Giunti in cima ci si ferma in un punto panoramico, dove ci sono delle gradinate, ad attendere l'alba. L'attesa è sembrata un po' lunga, forse perché a riposo il freddo si è fatto più pungente, ma ne è valsa la pena. La luce sorge su questa piana dall'aspetto lunare e si riflette sul fumo che fuoriesce dalle cime del Bromo e del Semeru, come un mare infuocato e mano a mano che la temperatura si alza si disperde e appare meno denso, offrendo una vista che vale il viaggio.

Una volta fattosi giorno era tempo di tornare alla piana, per percorrerla ed iniziare la vera risalita del Bromo, per poter guardare il ciclopico mostro dalla cresta del cratere. La discesa però ha richiesto un po' di pazienza, dal momento che le Jeep avevano bloccato la stretta strada che collega il punto panoramico alla base.

Giunti al livello della piana abbiamo proseguito da soli. Esiste la possibilità di non fare la camminata a piedi, ma a cavallo o a bordo di delle improvvisate carriole trainate da persone, noi abbiamo optato per la classica sfacchinata zaino in spalla.

Questa tratta fino al cratere rappresenta decisamente la parte più impegnativa della giornata, con un trekking di livello medio. L'ultima parte è rappresentata da una ripida scalinata, affrontata ad una temperatura decisamente più estiva di quella di un paio d'ore prima.

Arrivati alla cresta si può sentire il rumore del ribollire della Terra all'interno del vulcano, come un fiume in piena e se il vento permette il diradarsi della colonna di fumo, è possibile vedere sul fondo le striature gialle dello Zolfo.
Dopo questo giro soddisfacente ci siamo abbandonati ad una abbuffata ancora più soddisfacente, ricca di Nasi goren, Noodle, uova e quanto di più la struttura che ci ospitava potesse offrire. Recuperato un po' di sonno abbiamo iniziato a girare il paesino, che offre dei bellissimi scorci della piana e ci siamo organizzati per partire il giorno dopo per Banyuangi, la nostra base per il secondo trekking.
Banyuangi- Ijen Plateau giorni 8-9
Andare da Chemoro Lawang a Banyuangi ha richiesto moltissimo tempo, ma grazie al personale dell'albergo siamo riusciti a concordare con un autista un prezzo onestissimo. Durante quel viaggio abbiamo potuto vedere uno spaccato decisamente non cittadino, con qualche tappa agli alimentari di paese dove sperimentare cibo spazzatura a noi ignoto.
Siamo arrivati in città la sera, e dopo aver fatto già due notti in treno e una con la sveglia alle 3, ci siamo concessi un albergo davvero bello per premiarci.
Era troppo tardi per organizzare il trekking di Ijen Plateau con il personale dell'albergo, quindi siamo andati in giro a piedi alla ricerca di qualche agenzia di viaggi ancora aperta, che avesse qualche posto avanzato per il tour, e l'abbiamo trovata, annessa ad un ostello. La sveglia per questo itinerario però era ancora prima, infatti ci saremmo dovuti alzare a mezzanotte in punto e l'autista ci sarebbe venuto a prendere di fronte all'albergo. Consapevoli che anche questa volta non avremmo dormito granché, siamo andati verso l'hotel, fermandoci a mangiare qualcosa lungo il percorso.
Per via della barriera linguistica non eravamo certi al 100% che l'autista si sarebbe presentato, ma per fortuna è stato così (ogni tanto una sorpresa piacevole). Una volta recuperato anche un turista tedesco decisamente poco socievole, è iniziata l'avventura. Siamo arrivati alla base del percorso verso l'una di notte e le guide, con molta calma, ci hanno offerto un caffè caldo per abituarci alla temperatura, molto più fredda di quanto immaginassimo e ci hanno fornito le maschere antigas necessarie per la discesa nel cratere.
Il trekking inizia al buio e bisogna fare affidamento solo sulla propria luce da fronte e sulla propria forza d'animo. Il livello è decisamente più difficile del percorso del Bromo. Anche se siamo andati nella stagione secca, durante la salita ha iniziato a piovere, rendendo tutto più difficile, e anche se ha smesso in breve abbiamo proseguito con gli indumenti bagnati addosso per tutto il tempo.
Raggiunta la cresta e con le gambe doloranti per la ripida salita, inizia la discesa dentro il cratere, ripida e impervia, stretta e con tutti in fila indiana. Una vera prova per chi soffre di vertigini.
Tutto questo è una sfida e per alcuni può sembrare una tortura, ma è letteralmente l'unica strada per trovarvi faccia a faccia con la rappresentazione reale dell'inferno dantesco. In fondo al cratere indossammo le nostre maschere, a proteggerci da quelle esalazioni sulfuree. Tra i fumi spuntavano le ombre dei minatori intenti all'estrazione dello zolfo e al carico delle pesanti ceste sulle spalle. Quando il vento permette alla coltre di fumo di aprirsi si vede il fenomeno delle fiamme blu, la vera ragione per cui è importante arrivare in fondo prima del sorgere del sole. Uno spettacolo reso più prezioso dalla fatica fatta per raggiungerlo (purtroppo ero troppo impegnata a godermelo per scattare io una foto, per cui ne riporto una non mia).

La risalita comincia giusto in tempo per godere dell'alba dalla cresta del vulcano, in un momento di grande soddisfazione oltre che di recupero delle energie. Il lago piano piano compare in trasparenza, tra la nebbia ed il fumo, e di fronte ad un paesaggio così diverso dal solito, non si può fare altro che riempirsi gli occhi e realizzare quanto si è lontani da casa.

Tornati all'hotel ci siamo posti un dubbio amletico, avevamo più sonno o più fame? Inutile dire che dopo una prima settimana così intensa, ha vinto il sonno. Dopo un po' di riposo ci siamo alzati con il desiderio di mangiare letteralmente qualsiasi cosa non fosse riso fritto (buono eh, ma sicuramente la costa di Banyuangi aveva altro da offrirci), e lo abbiamo trovato in un loschissimo, ma consigliato locale le cui specialità sono il granchio gigante, piccante-piccante-piccante, ed il pesce alla griglia.
Riposati e con le pance piene era ora di prendere il traghetto per Bali, per la seconda metà del viaggio, quella che avrebbe dovuto essere (ma figuriamoci se lo è stata) la parte rilassante.
In effetti non è stata rilassante nemmeno la partenza, perchè dovete sapere che gli indonesiani hanno molte caratteristiche, ma di certo la premura non è una di quelle. Non importa se alla biglietteria del traghetto ci sono ben quattro addetti ed il vostro traghetto parte nei successivi cinque minuti, loro vi vorranno offrire l'esperienza di osservarli finire la partita a carte e di correre (in slow motion) come in un film d'azione di basso livello verso il traghetto che ha già i motori a pieno regime e si sta allontanando dal molo.
Bali-Ubud 9-10-11
Mettendo piede a Bali si sente già un'enegia diversa, sembra quasi di avere cambiato paese. Le persone sono più abituate ai turisti e quindi nei loro confronti un po' più seduttive, la maggior parte della popolazione è buddista e induista, quindi si notano molte più composizioni floreali davanti alle abitazioni e sui cruscotti delle macchine. Anche l'architettura è un po' diversa, quasi ogni casa ha annesso un piccolo tempio, arricchito da altari e statue.

Il nostro punto di partenza a Bali è stato ad Ubud, dove avevamo trovato uno splendido alloggio immerso nella vegetazione tropicale.
Durante la nostra permanenza siamo stati scarrozzati in giro sempre dallo stesso autista, con cui avevamo pattuito una cifra fissa per tutta la durata del nostro soggiorno a Bali.
Il primo giorno ci siamo concessi finalmente un po' di sano relax, con un bel massaggio balinese e in seguito abbiamo rovinato tutto con una, decisamente non rilassante gita in bici per le risaie di Ubud. In effetti il percorso era molto incidentato e pericoloso, con la presenza di scale che costringevano a caricare la bicicletta di peso. Il bello dell'indonesia sta proprio nel fatto che però, lungo il nostro giro improvvisato, abbiamo trovato degli splendidi templi induisti ed è stato bello non dover dividere la scoperta con orde di turisti.

La sera la città di Ubud offre un po' più di vita rispetto alle città di Giava, ma i locali tendono comunque a chiudere molto presto. Noi siamo andati ad uno dei numerosissimi spettacoli di danza balinese, caratterizzati per le movenze teatrali e le espressioni dei danzatori, che mettono in scena i miti e le leggende che riguardano le divinità indù.

Il giorno successivo è stato davvero pieno, avevamo in programma sia una fisita alla foresta delle scimmie che una passeggiata per le risaie. Entrambe le cose si possono trovare vicinissime ad Ubud, ma grazie al nostro ormai fedelissimo autista, abbiamo deciso di allontanarci un pochino per vedere qualcosa di un po' meno artefatto e che ne valesse davvero la pena.
Ci siamo allontanati un po' dalla città per raggiungere la Sangeh monkey forest, una foresta all'interno della quale sono protette centinaia di esemplari di scimmia. Prima di entrare è stata necessaria qualche indicazione per la sicurezza, dal momento che le adorabili scimmiette possono comunque diventare ostili o dispettose se importunate. Ricordate inoltre che alle scimmie piace rubare, per cui vanno rimossi occhiali, orecchini e tutto ciò a cui si potrebbero appendere, sono inoltre molto abili ad aprire gli zaini alla ricerca di cibo.

Le guide ci avevano spiegato che non ci saremmo dovuti spaventare se ci fossero salite addosso, e come offrirgli noccioline e piccoli snack.
La visita è stata emozionante anche se dura poco, ma questo ci ha permesso di recarci lo stesso giorno alle splendide e vastissime risaie di Jatiluwih, molto più produttive di quelle di Ubud, con terrazzamenti che si estendono a perdita d'occhio, con le vista dei numerosi vulcani sullo sfondo.

All'interno dell'are aprotetta ci sono diversi sentieri, di lunghezze diverse, tutti strutturati ad anello. Non ci sono moltissimi dislivelli, ma quasi tutti i percorsi sono in pieno sole, quindi il vero impegno è dato dalla temperatura.
Durante tutta la vostra esplorazione farete fatica a vedere centri abitati all'orizzonte, sembra di essere davvero lontani dalla civiltà, sebbene questi terrazzamenti siano ovviamente opera dell'ingegno umano.

Valeva davvero la pena però spendere qualche ora per visitare la zona, e all'interno della risaia è possibile acquistare pacchetti con le tante varietà di riso, che a mio parere sono uno splendido souvenir.
L'ultimo giorno passato a Ubud lo abbiamo dedicato invece ad un'altra meta molto famosa e frequentata di Bali, il Tanah Lot. Con questo nome si fa riferimento ad un'area sacra dove sono costruiti diversi templi sull'oceano, raggiungibili facilmente a piedi solo quando permesso dalla bassa marea. L'ingresso nell'area è a pagamento, ma non è possibile visitare l'interno delle strutture sacre. Sicuramente il posto è molto affascinante, ma proprio perchè preda di moltissimi turisti, è "attrezzato" per questo, infatti a due passi dai templi ci sono bar, locali, venditori di batik e souvenir.

Alla base del tempio principale si trovano dei monaci, che accolgono i turisti con un breve rito di purificazione, che prevede di cospargersi la fronte con acqua di mare e riso e il posizionamento di un fiore tra i capelli. Ovviamente viene richiesta un'offerta libera a seguire.

Alla fine del nostro soggiorno ad Ubud avevamo il desiderio di visitare una delle isole un po' più rurali e abbiamo scelto Nusa Lembongan. Per raggiungerla bisogna arrivare a Denpasar in auto e prendere un traghetto rapido (della durata di circa 25 minuti, ma che sembreranno di più a chiunque soffra il mare).
Il porto di Dempasar non ha nulla a che fare con quello che ci si aspetterebbe da un porto occidentale. Sembra impossibile per un paese costituito solo da isole, ma si sono dimenticati i moli! Dopo aver pagato il biglietto infatti, consegnerete il vostro bagalio e le vostre scarpe agli addetti, che immergendosi in acqua le porteranno a bordo del traghetto. Lo stesso dovranno fare i passeggeri, per cui, chi è basso di statura, si troverà ad affrontare il viaggio con i vestiti bagnati, ma devo ammettere che la situazione è così inaspettata da essere divertente.

Nusa Lembongan 12-13-14
Nusa Lembongan è una splendida isoletta di soli 8 Km quadrati. Una volta arrivati sulla spiaggia siamo stati accompagnati ad un camping dotato di Bungalow attrezzati, con bagni 'privati' ma non esattamente in camera, visto che erano all'aperto sul retro delle casette, ma si può godere della bellissima vista della volta celeste espletando le proprie necessità fisiologiche.
Noi abbiamo scelto di esplorare l'isola a bordo di motorini, non modrenissimi, noleggiabili direttamente dalle strutture alberghiere. L'isola ha moltissime attività di ristorazione, e con qualche ricerca si possono trovare posticini davvero validi dove mangiare o bere.
Vicino al nostro camping si trovava una bellissima spiaggia di sabbia bianca, sulla quale si trovava un locale completamente costruito in bamboo, dove godersi un buon aperitivo con la vista sull'oceano.

Durante le nostre giornate di mare non poteva mancare un'esperienza di snorkeling, visto che l'isola ha molto da offrire in questo senso. I nostri amici più esperti hanno preferito fare delle vere e proprie immersioni, anche se a causa del meteo si sono rivelate particolarmente difficili.
Lo snorkeling per noi è stata una vera sorpresa. Tra le varie tappe effettuate dalla nostra barchetta era previsto il Mantha point, ovvero un'area dove di frequente è possibile nuotare insieme alle mante giganti. Non era una certezza, ma siamo stati fortunati e abbiamo potuto godere di diversi incontri spaventosamente ravvicinati (allego una foto non scattata da noi, perchè in quel momento abbiamo filmato il tutto con la go-pro).

Nei punti successivi non ci sono state le mante, ma ci siamo immersi in un'incredibile varietà di vita e di colori, che avrebbe fatto venir voglia di nuotare tutto il giorno, fino a restare senza fiato.
La bellezza dell'isola stava principalmente nel fatto che spesso sembrava di essere gli unici turisti, siamo andati alla ricerca di spiaggette nascoste, come la Paradise Beach o la Hidden Beach, a volte raggiungibili solo a piedi, camminando sugli scogli durante la bassa marea. Quando questo accade si vedono spuntare dal mare creature aliene, coralli, stelle marine blu, vermi di mare e molluschi coloratissimi, che il turista responsabile si limita a contemplare.
La nostra esperienza indonesiana stava volgendo al termine, ed era ora di tornare a Bali.
Bali-Yogyakarta 15-16
Il viaggio di ritorno in traghetto è stato un po' sofferto, soprattutto perché eravamo preoccupati per una dei passeggeri, che come noi era salita su un mezzo turistico per arrivare a Bali, ma per farsi portare in ospedale per un problema cardiologico.
Le isolette sono molto belle, ma non dotate di tutti i servizi necessari, motivo per cui, per quanto si viaggi all'avventura, bisogna sempre informarsi in merito alla necessità di stipulare assicurazioni sanitarie.
Arrivati a Bali le nostre strade si sono divise, poiché i nostri amici si sarebbero trattenuti nel nord qualche giorno in più.
Noi avremmo dovuto prendere il giorno successivo un volo interno per Yojakarta, partendo da Denpasar, motivo per cui ci siamo voluti avvicinare alla città e goderci un po' del suo lungomare.
Denpasar non ha sicuramente le spiagge più belle sulla costa balinese, ma a differenza di molte altre sono estremamente popolate e ricche di locali che servono coloratissimi cocktail di frutta e specialità di pesce. Per i più temerari anche di ostriche. Dopo un aperitivo sulla spiaggia, durante la fase di bassa marea, ci siamo voluti fermare in una griglieria di pesce che ci ha davvero sorpresi, sia perla bontà dei prodotti che per i prezzi (questi ultimi non in positivo, Bali è probabilmente tra le isole più costose dell'arcipelago).
Il giorno dopo è iniziato il lunghissimo itinerario verso casa, con due scali. Purtroppo Naso durante il viaggio ha iniziato ad avere la febbre del viaggiatore, per cui per lui è stata più dura del previsto (per fortuna si è rimesso in breve).
Una volta tornati alla vita di tutti i giorni abbiamo tirato le somme di questo viaggio così pieno e ricco di emozioni. Siamo giunti alla conclusione che questo paese è stato uno di quelli che ci ha dato di più, ci ha permesso di fare esperienze molto diverse nell'arco di pochi giorni e di sperimentare davvero, attraverso tutti i sensi, una terra così peculiare.
